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LA STORIA DEL WEST - LA CORSA ALL'ORO

Nel 1848 la California apparteneva agli Stati Uniti da appena due anni: una rivoluzione interna appoggiata da un piccolo esercito di volontari, i Mounted Riflemen (Fucilieri a cavallo) e i Carson Men (Uomini di Kit Carson) guidati dall’esploratore John Charles Fremont (nato nel 1813 e morto nel 1890) e da Christopher “Kit” Houston Carson (nato nel 1809 e morto nel 1868), l’aveva infatti strappata al Messico nel 1846.
Ma allora nessuno poteva prevedere che quella regione, scarsamente popolata da Messicani e da povere tribù indiane ridotte in semi-schiavitù dai grandi proprietari terrieri, sarebbe divenuta meta del più colossale movimento di masse umane dopo le Crociate, teatro della più frenetica ubriacatura di ricchezza che la storia ricordi.
Ecco cosa scriveva nel 1848 il governatore di Monterrey: In questa città il fabbro ha lasciato il martelo, il carpentiere il legname, il contadino l’aratro, il barista le sue bottiglie. Tutti sono partiti verso il Sacramento a cavallo, sui carri, addirittura con le stampelle e a piedi nudi. Tutti abbandonarono le loro attività.
Ma che cosa diavolo era accaduto?
Perché centinaia di imbarcazioni di ogni specie abbandonate dagli equipaggi si cullavano nei porti, i soldati disertavano, i giornali non uscivano più e i pubblici ufficiali lasciavano i loro posti? Perché nello spazio di una notte sorgevano accampamenti dagli strani nomi di Scommetti Un Soldo, Campo del Cane Rosso, Canyon dell’Uomo Morto e così via, pullulanti di uomini esagitati e febbrili?
L’origine di tutto poteva essere rintracciata in un modesto giovanotto del New Jersey, James Wilson Marshall (nato nel 1810 e morto nel 1885), stabilitosi in California tre anni prima al servizio di un ricco proprietario franco-svizzero, John Sutter (nato nel 1803 e morto nel 1880). Infatti, mentre era intento a costruire una segheria ad acqua per i coloni di Sutter, Marshall aveva visto baluginare tra le limpide correnti del fiume Sacramento una pietra lucente delle dimensioni di una mezza pera: era una pepita d’oro, di oro puríssimo.
Quando la notizia si diffuse nel Mondo, migliaia di cercatori, armati di pala e setaccio, si precipitaronno in California convinti di arrichirsi in poche ore.
La realtà fu spesso molto diversa.
A questa scoperta ne erano seguite altre: la California sembrava essere diventata improvvisamente, come per magia, un’immensa miniera d’oro!
Iniziava da quel momento, per gli Stati Uniti e per il Mondo intero, la Gold Rush (La corsa all’oro).
I 15.000 abitanti che la California contava nel 1847 erano divenuti 380.000 nel 1856.
I cercatori d’oro giungevano in questa nuova Terra Promessa o seguendo la pista dell’Oregon fino al fiume Snake e poi scendendo la valle dell’Humboldt, ovvero per mare, doppiando il Capo Horn e risalendo la costa occidentale dell’America. Molte navi affondarono nell’Atlantico e nel Pacifico, migliaia di uomini morirono di febre gialla nell’attraversamento dell’istmo di Panama. Longo le strade transcontinentali si moltiplicavano le tombe. Gli avventurieri non arretravano davanti a nessun rischio e a nessun pericolo. Era gente stracciata, sfinita, miserabile, ma ubriaca di speranza; decine di lingue diverse si incrociavano, come in una nuova Babele, negli accampamenti improvvisati. Queste turbe eccitate venivano cantando sull’aria della ormai famosa canzone Oh, Susanna di Stephen Foster (nato nel 1826 e morto nel 1864), conosciuto anche come “Il padre dela musica americana”.
Però, come ogni epidemia, anche la febre dell’oro ebbe le sue tante vittime.
Altra grossa piaga fu il gioco d’azzardo. Gli accampamenti erano composti per metà da giocatori di prefessione, abili con le carte e e dadi come con la pistola, che si arrichivano alle spalle dei minatori, e le discussioni di gioco si liquidavano con i mezzi più sbrigativi.
Questi avventurieri, la cui base centrale d’operazione era il saloon, accumularono ingenti fortune barando al gioco con gli ingenui cercatori d’oro.
Però si giocava anche a ogni angolo di strada e nelle piazze, con una puntata mai inferiore ai 5 dollari. Si ricorda anche una leggendaria partita in cui furono perduti 20.000 dollari, dopo appena una decina di minuti! Si usa dire che il gioco d’azzardo fu senza dubbio la più grossa industria delle città dell’oro. Quando un baro veniva scoperto il regolamento dei conti era esclusivamente affidato alla Colt. Intanto fuorilegge senza scrupoli come Solomon Pico (nato nel 1821 e morto nel 1860),  Pancho Daniel (morto nel 1858) e Joaquin Murieta (nato nel 1829 e morto nel 1853), un leggendario lottatore con il coltello della California, imperversavano nelle verdi vallate con le loro bande di desperados alla ricerca di qualche preda facile.
Tra l’altro nel decenni che vanno dal 1810 al 1850 circa, la lotta col coltello, insieme a quella con la pistola da duello a un solo colpo e con le pistole normali che allora cominciavano a entrare in uso, era uno dei modi preferiti dai cavalieri del feudalismo agricolo meridionale per regolare pubblicamente le questioni d’onore.
Il coltello era affilatissimo e i combattenti si fasciavano generalmente l’avambraccio dela mano libera con la giacca, una coperta o anche un sacco qualsiasi.
Coll’introduzione del coltello Bowie si assistette addirittura a una specie di isterismo colletivo per la lotta col coltello negli Stati meridionali.
Su quasi tutti i giornali si parlava di lotte spettacolari.
Il cowboy considerava questi duelli con supremo disprezzo, perché li riteneva un metodo di combattimento adatto solo ai miserabili carrettieri messicani.
Il cowboy Amos G. White affermava nel 1860: È straordinario come un uomo possa continuare a combattere con tante ferite di punta e taglio nel corpo. Riconosco che è una maledetta arte. Ma a me non piacciono i mille sporchi trucchi, gli sgambetti e le finte e quei ridicoli urli e trovo anche che la salma di un soccombente nella lotta col coltello somigli più a un orribile mucchio di carne tagliuzzata che ad una normale figura umana. No grazie, questo non fa per me, per niente. Comunque sia, dopo sette anni di abbondanza, l’oro cominciò a diminuire e il turbinoso carosello di avidità, di violenza, di speranza e di delusioni ebbe fine. Coloro che non ebbero fortuna - e furono tanti - rifluirono verso est.
Ma ormai avevano nel sangue la maledetta febbre dell’oro: e infatti, quando nel 1859 si sparse la voce che una vena aurifera era stata scoperta in una valle vicino a Denver, nel Colorado, l’esercito dei cercatori d’oro vi si precipitò in massa. In pochi giorni Denver si stese a macchia d’olio, trasformandosi da cittadina di provincia in una grande città pulsante di vita febbrile, di attività commerciale e culturale -  con case da gioco, teatri, e ritrovi per conferenze. La città, fondata nel 1858, ebbe un grande sviluppo, divenendo subito il centro economico e commerciale in cui confluivano le immense ricchezze della regione.
Per alcuni anni l’intera regione delle Praterie e delle Montagne Rocciose fu in fermento: nuovi giacimenti, adesso non più soltanto d’oro, miniere d’argento e di platino venivano scoperti quasi ogni giorno nel Nevada, nel Colorado, nell’Idaho, nel Montana e nello Utah.
Ma le grosse fortune non furono messe insieme tanto da cercatori, quanto da mercanti speculatori: una dozzina di uova fresche raggiunse il prezzo mai visto di 36 dollari, e delle semplici patate indurite dal tempo arrivarono addirittura a costare 3 dollari al chilogrammo!
L’assenza di donne nella California della febbre dell’oro fece sì che sui giornali dell’Est apparissero continuamente annunci matrimoniali di minatori. Sul New York Daily Tribune si parlava di un guadagno netto di 100 dollari al giorno, in un momento in cui il salario di un lavoratore o di un bibliotecario era di un dollaro al giorno.
Mentre divampava la Guerra Civile Americana, in California continuava a essere fiorentissima l’industria dell’oro, anche se il quantitativo di metallo trovato andò via via diminuendo dagli 81 milioni di dollari del 1852, ai 45 del 1860.
Il metodo, vecchissimo e semplicissimo, che la folla dei ricercatori d’oro usava nel West americano era la lavatura dell’oro, il placer mining (ovvero "dilavamento"), cioè il lavaggio del placer gold (il "sapone d’oro"), il quale, in quanto materiale roso dalle intemperie, conteneva l’oro in forma di polvere, di granellini, di foglioline e di pepite. Questo metodo abbisognava di ben poco equipaggiamento, ma di molta acqua. In genere i giacimenti d’oro si trovavano racchiusi in un duro pietrisco. Solo il minerale aurifero roso dagli elementi ed emerso alla superficie viene portato via nel corso dei secoli dalle acque del disgelo, le quali lo depositano, essendo esso più pesante del pietrisco, nella cavità rocciosa e nelle cavità prodotte dall’azione stessa dell’acqua sulle rive dei fiumi.
Quando si tratta di aggredire una vena d’oro sui fianchi di una montagna e di sfruttarla bisogna scavare un tunnel, che dovrà essere sorretto con puntelli e calotte di legno. Quando la miniera discende verticalmente nella terra, viene dapprima scavato un primo pozzo, dal quale poco alla volta si dipartono alcune gallerie dalle quali, a loro volta, si diramano altri cunicoli conducenti al luogo dell’estrazione. Quando si tratta di minerale degno di essere sfruttato, viene impiantata una frantumatrice nella quale il minerale viene ridotto in polvere. Quando la pulitura dal fango non è sufficiente, l’oro viene liberato dalla ganga con procedimenti chimici. L’acqua è indispensabile per lavare la sabbia aurifera - per dividere cioè la rena dall’oro, e poichè sono numerosi gli incettatori d’acqua, sorgono compagnie che hanno il compito di attingerla dai fiumi e dai laghi e, con una rete di canali, distribuirla, come la Compagnia dell’Acqua della Cala del Coyote e del Corvo.  Nell’arco del primo decennio venero fondati 546 nuovi centri abitati, di cui 295 scomparvero col tempo. Degli altri 251, che sussistono ancor oggi, la maggior parte sono poco più di un punto insignificante sulla carta geografica.
Quanto avventurosi fossero i nomi di simili località lo attesta anche l’odierno Nevada City Nugget che ha il seguente raggio di diffusione: Nevada City, Grass Valley, Red Dog, You Bet, Town Talk, Glenbrook, Little York, Cherokee, Mooney Flat, Sweetland, Alpha, Omega, French Corral, Rough and Ready, Granite Hill, North San Juan, Humbug, Raliet Hill, Washington, Blue Tent, La Barr Meadows, Walloupy, Gouge Eye, Lime Kiln, Chicago Park Wolf, Christmas Hill, Liberty Hill, Sailor Flat, Grizzly Hill, Scotch Hill, North Columbia, Columbia Hill, Brandy Flat, Sebastopol. Quaker Hill, Willow Vallery, New Town, Indian Flat, Birchville, Morre’s Flat, Orlean’s Flat, Remington Hill, Antony House, Delirium Tremens e tante altre improvvisate, pittoresche, grottesche e turbolente “città dell”oro”.
L’area delle miniere si allargò, nel decennio dal 1850 al 1860, dalla fascia costiera verso le vallate dell’interno. Si risalirono i corsi dei fiumi, si costruirono le prime ferrovie del Paese, e villaggi come Stockton e Sacramento si trasformarono in vere e proprie città.
Fra 1849 e il 1856 le cronache registrarono in California oltre 1.000 omicidi; in un solo caso l’assassino venne arrestato e legalmente punito.
Fu così che nel 1858 vennero scoperti i grandi giacimenti d’oro e d’argento della cosiddetta Comstock Lode nelle montagne del Washoe Range e, nello stesso anno, i ricchi giacimenti d’argento di Cherry Creek e di Gregory Gulch, in Colorado.
Il boom dell’oro si ebbe nel territorio di Washington nel 1860 a Grasshopper Creek e nel 1863 nell’Alder, entrambi nel Montana; nel 1866 nell’Utah. Nel 1867 si scoprì la Carissa Lode nello Wyoming; nel 1868 oro e argento vennero alla luce nel New Mexico, il ché dirottò l’ondata dei cercatori verso il sud. Nel 1875 iniziò la corsa verso le Black Hills, nel Sud Dakota; nel 1877 vennero trovati ricchi giacimenti d’argento a Tombstone, in Arizona. Nel 1880 si aprirono le ricche miniere di rame nello Wyoming. Operai cinesi erano alle dipendenze di minatori bianchi. I numerosissimi cinesi affluiti in California creavano complessi problemi perché i padroni delle miniere e delle ferrovie spesso li sfruttavano ignobilmente. Dopo la costituzione dello Stato dela California, nel 1850, lo Stato stesso intervenne con una legge speciale per loro. Con il progressivo sviluppo dell’agricoltura la mano d’opera cinese venne impiegata anche nella coltivazione dei campi, cui era particolarmente indicata. Proprio in questo periodo venne introdotta la coltura della vite ed ebbe inizio su vasta scala la produzione dei famosi vini californiani.
Denver è ancora oggi una città ricca e popolosa, ma altre, cresciute in una notte per la scoperta di una vena di minerali preziosi nelle vicinanze, vennero abbandonate quando la vena stessa si esauriva e i cercatori portarono altrove i loro sogni di ricchezza. Le abitazioni, i negozi, i teatri furono abbandonati e caddero lentamente in rovina; queste ghost town (le città Fantasma) che il turista non manca mai di visitare, costituiscono uno degli aspetti caratteristici e più indicativi della colonizzazione del West.
Denver segnò un rapido declino che fu arrestato solo nel 1890, anno in cui fu collegata con un’importante linea ferroviaria. Dopo la corsa verso l’oro del Klondike, in Alaska, iniziata nel 1897, si ricorda per la veemenza, la furia con cui era stata sfruttata la Mother Lode (la vena madre).
Il Klondike è un fiume e un distretto nel territorio dello Yukon, in Canada, presso il confine con l’Alaska. Da ogni parte del mondo provennero i nuovi cercatori di fortuna facile, ma soprattutto dagli Stati Uniti. Centinaia di migliaia di uomini partirono per tentare l’avventura, ma la maggior parte di essi non arrivò nemmeno nella regione dello Yukon. Molti si fermarono lungo il percorso, spaventati dalle difficoltà. È impossibile calcolare il numero di coloro che, come racconta Jack London (pseudonimo di John Griffith Chaney London, nato nel 1876 e morto nel 1916), giornalista e scrittore, il quale a 22 anni è tra i cercatori del Klondike: Si siedono per non più rialzarsi (...). Perdono dita, mani e piedi. Altri ancora muoiono di fame tra le montagne desolate e i loro cadaveri vengono ritrovati a distanza di mesi, mantenuti intatti dal gelo. Estrarre l’oro a questa latitudine è un lavoro duro: spesso si deve scongelare il terreno per poterlo scavare. In pochi anni viene trovato oro per un valore di 140 milioni di dollari. Come sempre in simili circostanze, c’è chi tenta di arricchire più in fretta usando la Colt anziché la vanga e il setaccio. Ma in Canada le Red Coats della Royal Mounted Police riescono a far rispettare la legge. Tonapah e Goldfield, entrambe nel Nevada, ebbero il loro boom, e fu l’ultimo, nel 1900. Infatti, a differenza della graduale avanzata della frontiera agricola del Mississippi, nel West la colonizzazione fu, almeno nei primi tempi, discontinua ed erratica.
In queste regioni, la figura del cacciatore solitario e vagabondo fu sostituita da quella, altrettanto poco legata alla terra, del cercatore d’oro; solo in seguito, quando lo sfruttamento delle miniere passò nelle mani di potenti monopoli capitalistici e non vi fu più posto per il cercatore individuale, vennero i contadini e gli allevatori... e con essi lo sviluppo economico e sociale, le città e le leggi.
Dopo l’epopea della Frontiera e l’emigrazione nei territori dell’Ovest, la clamorosa scoperta dell’oro in California aprì nella travagliata società americana, ancora in fase d’assestamento, un nuovo capitolo di storia ricca di speranze e d’avventura.
La cosiddetta Febbre dell’Oro non è soltanto una etichetta sugestiva e al tempo stesso gratuita, ma un fenomeno sociale che caratterizzò fortemente il volto di un’epoca in cui il popolo americano s’inserì nella storia del mondo, al di là del bene e del male.
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Atualizado em: Qua 13 Set 2017
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