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LA STORIA DEL WEST - LE GUERRE INDIANE: (10) CHIEF JOSEPH, LA MARCIA DEI CHEYENNE, WOUNDED KNEE, GLI ULTIMI SCONTRI

1 – Il capo Joseph e i Nez Percé

Un trattato firmato nel 1855 confinava i Nez Percé sulle loro terre. Nel 1863 questo territorio fu ridotto di un quarto da un altro trattato che non tutti i capitribù accettarono di firmare. 
Washington, appoggiandosi sul fatto che più di metà dei delegati si erano sottomessi alla decisione, fece applicare il nuovo accordo. Il vecchio capo Joseph, che viveva al di fuori del nuovo limite nella Walla-Walla Valley, protestò. Suo figlio, il giovane Joseph, deciso a sistemare le cose, ne parlò al maggiore generale Oliver Otis Howard (1830 – 1909) che, malgrado il proprio desiderio di rendersi utile al suo visitatore, pretese l’applicazione del regolamento.
Joseph, rassegnato, si preparava a ubbidire, ma, ritornato presso alla sua tribù, venne aspramente criticato dai giovani guerrieri che non avevano alcuna intenzione di piegarsi. Furono allora intraprese numerose scorribande contro i Bianchi e alcuni coloni furono uccisi. Quando venne ordinata un’azione di rappresaglia, il colonnello David Perry lasciò Fort Lapiwai, sul fiume Clearwater. All’alba del 17 giugno 1877, mentre si avvicinava al villagio dei Nez Percé nel White Bud Canyon, le sue truppe furono attaccate. Per trentasei ore avanzarono in mezzo alle imboscate: 34 uomini furono uccisi e quattro feriti. David Perry fuggì con i sopravvissuti. A sua volta, Howard si mise in marcia con 300 uomini. Egli incaricò il capitano Stephen Girard Whipple (1823 – 1895) di andare a dare un’occhiata al villaggio di Looking Glass, sul fiume Clearwater. 
Gli uomini di Joseph tennero in scacco le truppe di Howard attraversando due volte il fiume Salmon e il 3 luglio una pattuglia di dieci uomini fu distrutta a Craig Mountain. Da questo luogo i Nez Percé sorvegliavano le truppe americane, che riuscirono tuttavia a sorprendere un acccampamento indiano sul Clearwater. Fu sferrato l’attacco, ma il giorno seguente i Pellerossa contrattaccarono. Gli Indiani erano 800, fra cui 200 guerrieri. Dopo la battaglia di Clearwater, Howard inseguì i Nez Percé al di là del fiume Klammath. Ma Joseph, che si rivelò abile stratega, raggiunse le Bitterhoot Mountains. A Fort Missoula fu costruita una barricata e furono arruolati volontari: gli Indiani però, nel corso di un incontro, promisero di cessare le ostilità e fu accordata loro fiducia. Essi passarono da Fort Fizzle e comprarono viveri a Stevenville. Mentre attraversavano il fiume Big Hole, Joseph e i suoi uomini furono attaccati dal generale John Gibbon (1827 – 1896) e una parte del loro accampamento fu distrutta. 
Molti guerrieri riuscirono a fuggire, ma furono uccise parecchie donne e anche alcuni bambini. Howard era sulle tracce dei fuggitivi quando, una notte, questi gli rubarono i muli e si diressero verso lo Yellowstone. Il maggiore generale Samuel Davis Sturgis (1822 – 1889) scoprì i Nez Percé nel Canyon Creek. La carica ordinata dal colonnello Benteen non riuscì a fermare gli Indiani che, la notte del 13 settembre, attraversarono il Missouri nei pressi di Fort Brenton, sperando di raggiungere il Canada. 
Il generale Nelson A. Miles (1839 – 1925) intervenne a sua volta e, attaccando i Nez Percé nelle Bear Paw Mountains, diede inizio a un assedio. Il 4 ottobre fu raggiunto da Howard. Il giorno dopo Joseph si arrese dichiarando: Davanti al sole che oggi brilla, io non mi batterò mai più! 
Chief Joseph (1840 – 1904), fu un grande capo dei Nez Percé, aveva un aspetto gradevole e possedeva una certa istruzione. Si rivelò oratore abile e saggio, e molti Bianchi lo stimarono. Figlio di un Cayuse e di una Nez Percé, fu chiamato Joseph da un missionario che fu anche suo professore. Il suo nome Indiano era Hinmaton-yalakit, che significava “Il tuono che viene dalle Acque al di là delle Terre”. La sua tribù, amica dei Bianchi, col trattato del 1863 fu spogliata di tutti i beni che possedeva nella Wallowa Valley e gli Indiani, obbligati a vivere in una Riserva, si rifuggiarono nel White Bird Canyon, vicino al fiume Salmon, nell’Idaho. Il 6 giugno 1877 Chief Joseph fu sconfitto dalle truppe Americane; riuscì però a fuggire con la maggior parte dei suoi uomini. Egli li condusse allora in Canada e per due mesi tenne testa a molte centinaia di soldati, su un percorso di 2.000 miglia. Infine, il 5 ottobre 1877, a meno di una giornata di distanza dalla frontiera canadese, si arrese nelle Bear Paw Mountains, nel Montana. Chief Joseph fu deportato in Oklahoma, dove ottenne l’autorizzazione di recarsi, con i compagni rimastigli fedeli, nella Riserva di Colville, nello stato di Washington. Qui morì il 21 settembre 1904, nella sua casa di Nespelem. 

2 – La marcia dei Cheyenne

Secondo un trattato firmato dal generale William Selley e dal capotribú Sanborn nel 1865, I territori dei Sioux, dei Cheyenne e degli Arapaho, lungo il fiume Powder, sarebbero rimasti proprietà degli Indiani. Nel 1877, dopo una nuova serie di incidenti, i Cheyenne furono condotti nel Sud, in una riserva ingrata, selvaggia, incoltivabile, dove imperversava la malaria. 
Dull Knife (1810 – 1883) e Little Wolf (1820 – 1904) protestarono con l’agente John Miles che, con suo grande rammarico, non poté fare nulla. Durante la notte gli Indiani levarono le tende e svanirono nelle tenebre, cominciando un fantastico viaggio, durante il quale sfidarono i Bianchi e tennero testa alle truppe lanciate al loro inseguimento. Con ammirabile tenacia la tribù avanzò lungo il fiume Arkansas, mentre l’immensa pianura del Kansas restava in agguato. 
Il generale George Crook (1828 – 1890) prese allora il comando delle operazioni, ma i Cheyenne riuscirono lo stesso ad attraversare il fiume Platte. Dull Knife fu infine raggiunto dalle truppe di Fort Robinson che si trovarono davanti a veri e propri cadaveri ambulanti. Si seppe allora che i fuggitivi si erano divisi in due gruppi e che Little Wolf si era diretto verso Nord. I prigionieri furono condotti a Fort Robinson dove, alloggiati in orribili barache, vissero in condizioni atroci. La rivolta scoppiò il 9 gennaio 1879, dando luogo a scene rivoltanti: fu un massacro in piena regola. La repressione fu terribile: a Washington scoppiò uno scandalo e fu aperta un’inchiesta. Gli uomini di Little Wolf riuscirono a raggiungere le Black Hills e, nella primavera seguente, ottennero l’autorizzazione a vivere sulle proprie terre.
La Marcia dei Cheyenne è una comovente e incredibile manifestazione della dignità indiana e la dimostrazione della vergognosa ignominia degli uomini Bianchi - cosiddetti purtroppo “civili”. 

3 – Il massacro di Wounded Knee 

Dopo la battaglia di Little Big Horn, Sitting Bull andò a cercare rifugio in Canada, dove rimase fino a 1881, anno in cui, fidandosi degli Americani, si recò a Fort Budford. I Bianchi lo fecero prigioniero e lo mandarono nella Riserva di Standing Rock, nel Dakota. Poi, nel dicembre 1890, giunse alla Riserva di Pine Ridge un nuovo commissario che non aveva mai avuto a che fare con gli Indiani prima d’allora.
La Ghost Dance, inventata da un indiano piute - un certo Aka Wovoka (1856 – 1932) - che si proclamava messia e che predicava la ribellione, fu eseguita in segreto a Standing Rock. 
La Danza degli Spiriti che egli interpreta come una Danza di Guerra, lo spaventa. Ordina l’arresto in massa dei Sioux. Il 15 dicembre 1890 un colpo di fucile uccide Toro Seduto (1831 – 1890), mentre veniva fatto uscire dalla sua tenda.
Veniva assassinato da Red Tomahawk, un agente della Polizia Indiana. I suoi vecchi compagni raggiunsero le Badlands, dove si unirono al generale James William Forsyth (1835 – 1906). Questi, animati da pacifiche intenzioni, vollero arrendersi. Si presentarono allora, il 29 dicembre 1890 a Wounded Knee. Nacque una confusione indescrivibile, nella quale i soldati, per la maggior parte ubriachi, sparono sugli sfortunati Indiani Minniconjoux che erano disarmati. Fu un’orrenda carneficina.
Ne nacque una vera e propria battaglia, l’ultima, che si conclude con il più spaventoso massacro della Storia delle Pianura. Anche le donne Indiane combatterono l’ultima battaglia. Ottantaquattro uomini, quarantaquattro donne e diciotto bambini furono uccisi: fu uno degli atti più odiosi compiuti all’Esercito Americano.
Uno vecchio capo si rivolse agli Indiani superstiti. Figli miei – egli disse – i nostri sentirei sono tutti cancellati. Oggi io vi chiamo a seguire una nuova pista. L’unica, purtropo, per noi: la strada dell’Uomo Bianco. 

4 – Gli ultimi scontri

Wounded Knee segnò la fine delle Guerre Indiane. Thomas J. Morgan, commissario per gli Affari Indiani, funzionario più illuminato di parecchi suoi predecessori, in una relazione del 1891 disse tra l’altro:
Vi sono certe cose che il popolo degli Stati Uniti deve ricordare. Il nostro Paese negli ultimi cent’anni ha speso enormi somme di denaro nelle Guerre Indiane. Molte vite umane sono andate perdute, troppi Indiani sono stati uccisi. La prova che la Nazione ha dato di sé in questi sanguinosi conflitti non è tale da renderci orgogliosi. Nel valutare le difficoltà del problema dobbiamo ricordare che l’elemento che ci lascia più perplessi non è l’Indiano ma l’Uomo Bianco. Quest’ultimo fornisce agli Indiani armi, munizioni e whisky, invade le sue Riserve, lo deruba, viola la santità della sua casa e lo tratta con disprezzo, suscitando nel suo cuore quei sentimenti di disonore, di umanità ferita che lo spingono a vendicare il suo onore e i torti subiti. Cerchiamo di essete leali con l’Indiano, proteggiamolo nei suoi diritti alla vita e alla libertà. Diamogli il benvenuto con i privilegi che spettano all’Americano libero.
I Bianchi ormai occupavano tutto il territorio e avevano a disposizione un moderno armamento che permetteva loro di reprimere spietatamente qualunque tentativo di rivolta o di insubordinazione. Rassegnati, i valorosi Indiani dovettero sottomettersi, e si sottomisero, ma con tristeza, stanchi e delusi: aspettando la morte nelle Riserve in cui erano stati rinchiusi come bestie.
Verso la fine del XIX secolo alcuni Bianchi generosi si schierarono contro questo odioso genocidio e gli Indiani, riprendendosi a poco a poco, ritrovarono il gusto di vivere. Integrandosi lentamente nelle attività del Paese, divvenero, dopo aver atteso per tanto tempo, cittadini Americani, nel loro proprio Paese di nascita. 
Tuttavia ebbero ancora luogo alcune piccole scaramucce. L’ultimo scontro fra gli Indiani e l’Esercito Americano si svolge il 5 ottobre 1898 a Leech Lake, nel Minnesota. 
Gli Indiani erano i Chippewa e fra le vittime dello scontro vi fu il maggiore Melville Carey Wilkinson (1835 – 1898), veterano della Guerra di Secessione e della campagna contro i Nez Percé. 
Nel 1904, quattrocento Ute decisero di lasciare l’Utah, in seguito all’arresto di un Indiano Piute sospettato di omicidio. Gli Indiani attaccarono lo sceriffo e 75 dei suoi uomini. 
Il generale Hugh L. Scott (1853 – 1934) fu inviato sul luogo e seppe agire con diplomazia. L’Indiano fu giudicato e rilasciato.
Secondo i censiamenti, dal 1865 al 1900 la popolazione indiana è diminuita di 600.000 unità. Totale questo, altamente discusso dagli storici (compreso il sottoscritto) ancora oggi (forse furono più di 1.000.000).
Da allora non vi furono più scontri gravi; per forza, una intera Razza era stata per sempre semplicemente sterminata, cosí come accadde a tutti gli altri Indiani del mondo, in nome della cosiddetta “modernità”... 
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Atualizado em: Dom 1 Out 2017

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